Largamente impiegato nel mondo delle aziende, l’anglicismo back office indica quell’insieme di attività operative, amministrative e di supporto che normalmente si svolgono dietro le quinte, senza contatto diretto con il pubblico. Oggi il back office è diventato “di moda” anche in ambito museale. Basti pensare alla rilevanza di iniziative quali l’inaugurazione nel 2021 a Rotterdam del Depot Boijmans Van Beuningen e l’apertura nel 2025 a Londra del V&A East Storehouse, realtà culturali che “ibridano” il concetto di spazio espositivo con quello di archivio e deposito, accompagnando il visitatore in un backstage di solito precluso ai non addetti ai lavori.
È un ambito in cui possiamo vantare un ruolo di precursori, ci fa intendere Andrea Carini, responsabile del Laboratorio di Restauro della Grande Brera. «Nel 2001, per restaurare sul posto la “grande pala” di Giovanni Gerolamo Savoldo – una delle più imponenti al mondo, impossibile spostarla – venne allestita sul posto una sala di adeguate dimensioni, attrezzata con una piattaforma e le opportune strumentazioni. Progettata da Ettore Sottsass, la struttura era trasparente e consentiva a chiunque di seguire da vicino e “in diretta” le varie fasi dell’intervento. Nel corso di quei due anni, si registrò così tanto interesse che venne deciso di rendere stabile la struttura, collocandola al centro del percorso espositivo». Le attività conservative sono così diventate parte integrante della visita alla Pinacoteca; nel tempo, il laboratorio è stato revisionato, aggiornato, e oggi svolge un’intensa attività di ricerca, indagine e diagnostica. Continua Carini: «L’opera di condivisione del nostro lavoro passa attraverso quelle pareti trasparenti, come pure dagli aggiornamenti sul nostro sito; nel museo, le immagini e i filmati trasmessi da due monitor di grandi dimensioni permettono di avere informazioni sulle operazioni in corso; due volte al mese, inoltre, è possibile partecipare agli incontri che organizziamo per illustrare le attività e rispondere alle curiosità dei visitatori».

Il laboratorio di Brera impiega stabilmente cinque persone, a cui si aggiungono di volta in volta altri specialisti: «Accanto alle operazioni più di rilievo, mettiamo in campo tanti piccoli interventi manutentivi. Difficile raccontare il complesso di queste attività attraverso il numero di interventi realizzati; magari il ripristino di una singola opera di piccole dimensioni può durare anni, non conta la superficie… È importante, invece, sottolineare come la fase applicativa sia solo una parte del lavoro, quella finale. Il restauro è un’attività corale, il frutto di una collaborazione tra diverse figure professionali: il restauratore, lo storico dell’arte, lo scienziato. In questo periodo, per esempio, ci stiamo occupando di una pala di Rubens con il supporto della Venaria Reale di Torino (eccellenza mondiale, assieme all’Istituto Centrale del Restauro di Roma) e del laboratorio DiArt (Diagnostica applicata all’arte) che fa parte del Dipartimento di Fisica dell’Università degli Studi di Milano». Carini evoca la celebre definizione di Cesare Brandi che identifica il restauro come il “momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte nella sua consistenza fisica e nella duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro”: «Il restauro non è una semplice riparazione tecnica, ma prima di tutto è un atto di conoscenza, è studio. In questa ottica, a partire dagli Anni 90 il contributo fornito dalla tecnologia è stato di incredibile importanza; pensiamo soltanto al ruolo ricoperto dalla radiografia e dalle immagini multispettrali». C’è poi un’altra considerazione da fare, e concerne la valenza “oggettività” del restauro. «Come tutte le interpretazioni culturali, anche il nostro lavoro è frutto del momento storico in cui viene svolto.
Il restauro “legge” l’identità delle opere a seconda delle determinazioni tipiche dell’epoca in cui si realizza. Viene in mente quello che Federico Zeri sosteneva a proposito dei falsari e dei falsi, che a lungo andare sono tutti riconoscibili perché documenti inequivocabili del gusto dominante nell’epoca in cui sono stati prodotti; ecco, potremmo dire la stessa cosa del restauro, che cambia e si evolve; e gli specialisti del futuro, dateranno i nostri restauri alla luce delle scelte che abbiamo compiuto. Pensiamo a uno degli interventi conservativi più importanti del secolo scorso, quello per la Cappella Sistina, negli Anni 80: un’opera di grandissima importanza; ma è ancora attuale? Non lo rifaremmo mai così: sono cambiate le metodologie, l’approccio, la filosofia».
Una storia ultracinquecentenaria che affonda le radici nella Firenze di fine XVI secolo, tra i fasti della corte medicea. Nato nel 1588 come manifattura specializzata nella lavorazione di oggetti artistici destinati ad arredare le dimore granducali o a essere offerti in dono, l’Opificio delle Pietre Dure ha oggi una triplice natura: «È una scuola di alta formazione, un museo, ma soprattutto un sistema di laboratori che fanno restauro. Il confronto quotidiano con le opere e con i loro problemi è il cuore dell’Opificio, qui poggia il nostro impegno sul fronte della ricerca, della formazione e della divulgazione», ci dice la soprintendente Emanuela Daffra. È un’operatività da intendere in senso ampio, «un’esperienza continua e continuamente rivista che abbraccia materiali, tecniche e competenze diverse. Nell’applicazione del metodo scientifico che ci spinge a non accontentarsi mai, di importanza fondamentale è il confronto con chi si occupa di chimica, ottica, fisica e di altri ambiti di studio per mettere a punto gli strumenti d’intervento più idonei. Lo scanner per la riflettografia multispettrale, per esempio, è nato da questo genere d’incontri; oppure pensiamo alle tecniche non invasive che, derivando da quanto messo a punto in ambito medico, eliminano o limitano al massimo il prelievo di campioni». Spingendo lo sguardo più in là, la soprintendente accenna all’impiego dell’intelligenza artificiale: «Benché rappresenti un orizzonte molto nuovo, è una questione che abbiamo iniziato ad affrontare, tentando anche di immaginare modalità di impiego davvero innovative.

Il primo passo, anche se può sembrare banale, è collegato al vantaggio immediato dell’IA, capace di elaborare una quantità inimmaginabile di informazioni: dobbiamo quindi costruire banche dati che contengano tutto quello che può essere processato dall’algoritmo: esiti degli esami diagnostici, delle riflettografie…». Daffra racconta di «un lavoro bellissimo, che mobilita la creatività, fa usare le mani, impone un aggiornamento continuo. Nonostante molti stereotipi duri a morire, suscita una grande curiosità. Ce ne accorgiamo costantemente; eppure, l’attenzione non è ancora così capillare da poterne fare un orizzonte professionale attrattivo: diciamo che non è un campo di impiego così fecondo come si potrebbe immaginare pensando alla ricchezza del patrimonio storico conservato. Servirebbe poi un sostegno economico più ampio, da indirizzare non soltanto agli interventi più prestigiosi, ai quali provvede uno “zoccolo duro” di – pochi – sponsor illuminati». A chi continua a coltivare il sogno di prendersi cura dei tesori del passato, l’Opificio offre tutta la propria competenza teorica e pratica. La sua scuola di alta formazione e studio (Saf) ha una durata quinquennale, vi si accede tramite concorso pubblico internazionale e rilascia un diploma equiparato a quello di una laurea magistrale: «Garantiamo un rapporto ottimale docenti-studenti, con cinque nuovi immissioni di aspiranti restauratori per ogni anno accademico». C’è poi il museo, ospitato anch’esso nella sede storica al 78 di Via degli Alfani: «Una realtà piccola, ma di grandissima raffinatezza, che racconta il passato dell’Opificio come produttore di oggetti. Il museo è poco noto, eppure entusiasma, soprattutto quando alla visita si accompagna l’esperienza in laboratorio: per scoprire come si faceva, a lavorare in quel modo, a mano, e come si continua a fare».

«Un’idea vincente». È così che Isabella Villafranca Soissons descrive la scintilla da cui è scaturita – nel 2003 – Open Care Servizi per l’Arte, prima società a fornire soluzioni integrate per le molteplici esigenze relative alla gestione, alla valorizzazione e alla conservazione del patrimonio artistico pubblico e privato. Una scintilla sprigionatasi dal ghiaccio, visto che tutto è partito dal progetto di riconversione dello storico complesso industriale dei Frigoriferi Milanesi – al 10 di Via Piranesi, zona Est del capoluogo lombardo –, oggi sede del caveau climatizzato di 8.000 metri quadri che accoglie e custodisce opere d’arte e oggetti preziosi. Nell’architettura dei servizi targati Open Care, Villafranca Soissons è direttore scientifico del Dipartimento Conservazione e Restauro: «Operiamo in tutti i settori di competenza del restauro in Italia definiti dal Ministero della Cultura. Nei tre settori principali, solo nel 2025 abbiamo portato a termine 198 interventi su dipinti e opere polimateriche di arte contemporanea, 58 su tappeti, arazzi e tessili antichi e contemporanei, 22 su mobili e design. Si tratta di commesse, quindi all’interno di ciascuna voce possono rientrare decine di beni». Il dipartimento può contare sulle professionalità di undici restauratori interni («Ma siamo arrivati ad averne anche venti»), più un parterre di collaboratori esterni coinvolti in base alle necessità operative. «Siamo molto conosciuti per tutto ciò che concerne il tessile», specifica Villafranca Soissons; tra gli esempi citati, «un prezioso arazzo della Fondazione Cini da noi restituito alla sua piena integrità nell’ambito della XX edizione di Restituzioni, l’iniziativa patrocinata da Intesa Sanpaolo».

In merito alle nuove tecnologie, «gli investimenti hanno preso slancio nel 2003, con particolare attenzione all’ambito diagnostico. I corsi di aggiornamento di chimica hanno affinato la preparazione dei nostri restauratori, mentre nei laboratori le soluzioni classiche sono state quasi interamente sostituite con prodotti moderni che impiegano supportanti su base acquosa». Ragionando sulle specificità del settore in rapporto anche ad altre esperienze nazionali, Villafranca Soissons argomenta: «Il restauro in Italia ha vissuto sugli allori per lungo tempo, cullandoci con l’idea che fossimo sempre i più bravi. Oggi il panorama è articolato. Stati Uniti, Olanda e Inghilterra sono attori di primo piano, con competenze di primo livello. Certo è che sono estremamente settoriali, mentre noi, mettendo a frutto un’esperienza di secoli, siamo sempre in grado di restaurare qualsiasi cosa». Infine, il rapporto con le istituzioni: «Una relazione ottima, Open Care è unanimamente riconosciuto come un soggetto privato di grande profilo, chiamato a collaborare ovunque. Ne è testimonianza la nostra partecipazione, a Padova, ai lavori per il nuovo Museo della Natura e dell’Uomo», il più grande museo scientifico universitario d’Europa, nato dalla fusione delle collezioni storiche dell’Ateneo.
16 Aprile 2026