Il Maestro del Gaibana. Un miniatore del Duecento fra Padova, Venezia e l’Europa.

Cinisello Balsamo, 2015. Cm. 24×17, pp. 224, tavv. 48 a col. e figg. 101 in nero n. t., br. Da Roma all’Emilia, dalla Toscana al Veneto, l’Italia della seconda metà del Duecento vede sorgere artisti d’eccezione impegnati in un radicale rinnovamento del linguaggio pittorico, alla ricerca di un vivo naturalismo delle forme e degli affetti. […]

Cinisello Balsamo, 2015. Cm. 24×17, pp. 224, tavv. 48 a col. e figg. 101 in nero n. t., br.

Da Roma all’Emilia, dalla Toscana al Veneto, l’Italia della seconda metà del Duecento vede sorgere artisti d’eccezione impegnati in un radicale rinnovamento del linguaggio pittorico, alla ricerca di un vivo naturalismo delle forme e degli affetti. Giunta Pisano, il Maestro del Sancta Sanctorum, Grixopulus Parmensis, Rusuti, Torriti, Cavallini, Cimabue, Duccio…
Questi solo alcuni dei grandi innovatori che prepararono la strada alla rivoluzione giottesca guardando a modelli bizantini e classici, coniugati talora con una nuova eleganza di stampo gotico. Tra gli esponenti di questa stagione fondamentale, in cui l’arte italiana di fatto si impose quale riferimento imprescindibile a livello europeo, necessita ormai di una piena riscoperta la precoce e colta figura del cosiddetto Maestro del Gaibana. Pittore su pergamena e su tavola, ma forse anche frescante, bizantineggiante per tecnica e potenza plastica, quanto mai gotico per violenza coloristica ed eleganza grafica, egli ha tutte le caratteristiche del grande demiurgo, conciliatore di opposti e innovatore instancabile. A differenza di altri egli seppe anche esportare in ambito nord europeo un linguaggio artistico, un gusto e una cultura apprezzabili in codici illustrati in area oltralpina e oggi conservati in prestigiose biblioteche. New York e Cambridge, Lipsia e Vienna, Lisbona e Oxford, Firenze e Parma, Venezia, Praga e Zagabria sono solo alcune delle città che custodiscono opere dipinte dal maestro o da suoi allievi, collaboratori e seguaci. Rimangono invece a Padova il capolavoro che all’artista diede il nome, il lussuoso Epistolario scritto nel 1259 per la cattedrale da Giovanni da Gaibana, e una copia dei Sermoni sul Cantico dei Cantici di Bernardo di Chiaravalle, da riconoscersi forse come opera autografa giovanile.
Quali furono le componenti stilistiche che contribuirono alla codificazione dell’innovativo linguaggio formale del maestro? Quali le occasioni che determinarono il suo trasferimento da Padova e dal Veneto alla Stiria e alla Slesia? Quale il seguito del suo linguaggio formale in Italia e in Europa? A questi e a molti altri interrogativi si tenta di dare risposta nel presente libro, approdo di una proposta d’indagine, in attesa di nuove e più fruttuose ricerche.