Una tensione continua tra radici e nuove prospettive: da una parte, la figura del fondatore e la rilevanza del suo metodo; dall’altra, le sollecitazioni che la modernità innesca in una fase di accelerazione senza precedenti rispetto agli anni in cui si è consolidata la cultura della conservazione. Frutto di un convegno promosso dall’Istituto Centrale per il Restauro (ICR), nel 2026 è stato pubblicato il volume Cesare Brandi e le frontiere del restauro (edito da L’Erma di Bretschneider). Il titolo allude a un duplice orizzonte: il riferimento alle frontiere trova la sua ragion d’essere non soltanto nell’ambito geografico — nel confronto con altri approcci e contesti culturali —, ma anche nella multidisciplinarità delle professionalità oggi coinvolte, a vario titolo, nelle questioni relative al restauro e alla tutela. Indica un campo che si amplia perché la tecnologia avanza, la sostenibilità diventa un percorso urgente e obbligato e il modo stesso di percepire il patrimonio si modifica. Per l’ICR, nato nel 1939 da un progetto di Brandi e Giulio Carlo Argan per dare basi scientifiche alla conservazione e costruire criteri comuni per gli interventi, la sfida è accogliere questi cambiamenti mantenendo riconoscibile il proprio intento.

Le nuove frontiere, secondo l’Istituto Centrale del Restauro.
Lo sottolinea Federica Giacomini, direttrice della Scuola di Alta Formazione dell’Istituto, coordinatrice dei laboratori e referente per l’area Restauro: «Le “nuove frontiere” esplorate dal convegno e dai suoi atti rappresentano un ampliamento dello sguardo, come è accaduto in molti altri campi dell’attività umana. La nostra professione, però, rimane ancorata a una solida base artigianale e a competenze manuali, applicative e pratiche tuttora fondamentali. Il restauro resta un’attività profondamente legata a un approccio storico-critico. Vengono compiute scelte che non sono mai scontate né determinate in partenza dai dati delle scienze esatte o dalla sola materia: sono sempre il risultato di un bilanciamento e di una valutazione analitica, caso per caso, che tengono insieme dati, interpretazione e responsabilità verso l’opera. In questo senso, il restauro resta legato alle proprie origini umanistiche, secondo la tradizione italiana e l’impostazione teorizzata da Brandi ottant’anni fa». È su questa base che si innestano la frontiera tecnologica e gli stimoli della contemporaneità: «Le nuove tecniche permettono di approfondire la consistenza fisica dell’opera e di analizzarne gli elementi costitutivi con un livello di dettaglio estremamente elevato, ricostruendo anche il processo creativo dell’artista. Oggi possiamo indagare a fondo la materia antica e originale grazie a tecniche sempre più incisive e, al tempo stesso, rispettose del bene in esame. In tutti i settori in cui operiamo, data la grande varietà delle opere di cui l’Istituto si occupa, integriamo tecnologie recenti, compresa l’intelligenza artificiale, e produciamo modelli tridimensionali».

L’ICR è articolato in dodici laboratori di restauro, dove si interviene su dipinti, sculture, materiali lapidei, tessili, reperti organici, mosaici, metalli, carta, ceramica e arte contemporanea. Questa pluralità di materiali rende concreta, ogni giorno, l’interdisciplinarità al centro del dibattito di settore: «Da noi lavorano circa 45 restauratori, affiancati da tecnici specializzati in chimica, biologia e fisica. Non è possibile riunire al nostro interno tutte le competenze necessarie; per questo abbiamo numerose convenzioni e collaborazioni con enti di ricerca come CNR ed ENEA, università e centri di ricerca universitari». C’è poi il capitolo della formazione, che Giacomini descrive anche facendo riferimento al proprio percorso personale: «La figura del restauratore è molto cambiata. Quando mi sono formata, il restauro non era ancora una professione riconosciuta e non esisteva un percorso formativo definito come quello attuale: si imparava spesso in bottega, in un contesto poco delineato. Oggi si accede attraverso una laurea magistrale a ciclo unico di cinque anni e si ottiene una qualifica professionale regolamentata. Per intervenire sui beni tutelati occorrono i requisiti previsti e l’iscrizione nell’elenco ministeriale. Formazione e ricerca procedono intrecciate: una stimola e sostiene l’altra. I nostri studenti lavorano sulle opere e nei cantieri fin da subito, oltre a seguire la parte teorica. Questo richiede un rapporto ravvicinato tra docenti e allievi. La normativa prevede un docente ogni cinque studenti nelle attività di laboratorio; per questo i numeri restano contenuti. Offriamo in genere 20-25 posti l’anno. Sono entrata all’ICR come allieva nel 1990: allora quasi mille persone partecipavano al concorso per quindici posti; oggi esistono molti più percorsi, anche nelle università e nelle accademie, eppure l’interesse complessivo mi pare diminuito». È un lavoro affascinante, che richiede passione e impegno, ma ancora poco conosciuto e valorizzato in termini di possibilità di crescita e affermazione professionale: «Molti ragazzi ci raccontano di aver scoperto quasi per caso che esiste questa professione… Diciamo che non è tra le prime opzioni che vengono in mente dopo il liceo. Dobbiamo far conoscere meglio il mestiere e superare l’immagine stereotipata di chi lavora soltanto sul ponteggio con un pennellino o una cazzuola: i nostri laureati possono occuparsi di conservazione preventiva, ricerca, consulenza, movimentazione, progettazione di supporti e di condizioni di sicurezza per le opere destinate a viaggiare ed essere esposte, tecnologia, interazione con l’ambiente e tanto altro». Sono attività e profili molto richiesti: «I laureati trovano spesso occupazione già prima di concludere gli studi e hanno sbocchi anche all’estero. La domanda di competenze resta alta, eppure assisto a quello che definirei un “calo delle vocazioni”: forse è un lavoro percepito come poco remunerativo; forse pesa anche la crisi più generale dei lavori con una chiara componente manuale e artigianale». Un dato è certo, quello del restauratore è un mestiere che, potremmo dire, non conosce confini, come dimostrano i numerosi impegni dell’ICR all’estero e le proficue relazioni intessute a livello internazionale: «Negli ultimi anni sono aumentate le richieste da Paesi che non hanno ancora una solida cultura del restauro e un sistema di tutela strutturato. Abbiamo collaborazioni per la formazione con Paesi del Maghreb, come Marocco, Algeria, Tunisia e Libia, anche in relazione alla volontà di cooperazione con il Mediterraneo e il Nord Africa sostenuta dal Ministero e dal Governo. Manteniamo inoltre rapporti con l’Armenia, la Cina, l’India e la Corea del Sud, attraverso progetti specifici, scambi e attività formative. Senza contare le collaborazioni e i contatti con altre realtà europee… Il restauro italiano è percepito ovunque come un’eccellenza». In sintesi, una mole di attività ragguardevole: «Siamo una realtà piccola rispetto alla quantità di attività svolte», confessa in chiusura Federica Giacomini. «La scuola, i laboratori, i cantieri, la ricerca e le collaborazioni richiedono molte energie. Le risorse del Ministero sono limitate e il personale lavora con grande dedizione, spesso oltre l’orario stabilito. C’è un forte attaccamento all’ICR, anche perché molti restauratori si sono formati qui. È un lavoro che si fa per passione e per la convinzione che tutelare il patrimonio sia una responsabilità collettiva».

Da Botticino, l’idea di una scuola-laboratorio.
La metafora che Salvatore Amura impiega spesso – ci racconta – è quella della cassetta degli attrezzi: il kit di strumenti necessari per svolgere il lavoro assegnato, che negli ultimi anni lo sviluppo tecnologico ha reso decisamente più ampio ed efficace. Amura è l’amministratore delegato di Valore Italia, centro di ricerca e alta formazione che si occupa di restauro, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e artistico. Il suo cuore pulsante è la Scuola di Restauro di Botticino, nata nel 1974. A Milano la scuola ha una duplice sede: quella principale si trova nella cornice di MIND-Milano Innovation District, il distretto della scienza, del sapere e dell’innovazione che occupa l’area dell’Expo 2015; i laboratori sono invece al civico 54 di via Cosenz, nel quartiere Bovisa. Si tratta di uno spazio di 1.000 metri quadrati che permette agli studenti di inserirsi in un contesto di alto profilo: il Bovisa Design District, un ambiente dinamico che può contare sulla presenza del Politecnico, con il Dipartimento di Design, e di Polihub, l’incubatore di startup del grande ateneo scientifico-tecnologico milanese. Insomma, già la geografia botticiniana offre un indizio significativo della direzione che la scuola ha scelto di seguire: «La nostra è l’idea di una scuola-laboratorio, impegnata sul campo con cantieri anche molto impegnativi, che mettono subito alla prova i nostri studenti e le competenze acquisite in classe», spiega Amura. L’ampio ventaglio di enti pubblici e privati, istituzioni museali e culturali e siti archeologici con cui la scuola collabora è parte integrante del percorso didattico. Questo approccio diretto ha permesso agli studenti di partecipare a incarichi e progetti di restauro reali, contribuendo, insieme ai docenti, al recupero di oltre 1.100 beni mobili provenienti da collezioni italiane e straniere e di circa 40 edifici e altri beni immobili.

Amura ci tiene a sottolineare un aspetto: «Il nostro è un programma di studi molto rigoroso, che richiede impegno e, sì, anche fatica, sul piano teorico e pratico. Gli studenti sono coinvolti in progetti di grande rilievo, sempre più numerosi». Nella quotidianità di questo lavoro, la scuola trova nel sistema delle istituzioni pubbliche «una sensibilità preziosa», continua il manager, che si traduce in sinergie e disponibilità al confronto: «Credo che questa relazione sia molto positiva. Con il settore pubblico sviluppiamo una cooperazione virtuosa che, in una prospettiva più ampia, contribuisce a fare del sistema italiano un’eccellenza mondiale». In questo approccio rigoroso si innesta – come accennato all’inizio – il contributo dell’innovazione e della tecnologia, che consente di ampliare le possibilità di pianificazione degli interventi: i gruppi di lavoro si allargano e includono altri professionisti, le risorse vengono ottimizzate e l’impatto ambientale si riduce. Un esempio è la collaborazione con l’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio e l’Università degli Studi di Milano, nell’ambito della quale strumenti diagnostici come la TAC e le radiografie vengono applicati allo studio delle opere, per osservarne la struttura interna e i materiali senza ricorrere a indagini invasive. Tra le tecnologie impiegate per la pulitura delle opere d’arte c’è il laser, che agisce sulla superficie da trattare con radiazioni luminose ad alta energia, rimuovendo selettivamente depositi o strati superficiali. C’è poi il fronte dei batteri impiegati come “restauratori”: si utilizzano ceppi batterici specifici, spesso inoculati in gel inerti, la cui attività metabolica rimuove determinate sostanze organiche o inorganiche depositate sui manufatti. Questa tecnica di biopulitura, o biorestauro, può ridurre o evitare in alcuni interventi l’uso di determinati solventi e il ricorso alla chimica tradizionale, contribuendo così a proteggere l’ambiente e la salute dei restauratori.

La scuola include nella propria “cassetta degli attrezzi” anche le alghe. In particolare, utilizza il funori, un polisaccaride estratto da alghe del genere Gloiopeltis, tradizionalmente impiegato in Giappone come adesivo e consolidante. È utile per fissare la pellicola pittorica senza ricorrere a resine sintetiche o collanti chimici. Si tratta, in generale, di metodologie sostenibili, in cui microrganismi ed estratti naturali affiancano gli esperti nella conservazione del patrimonio culturale. Infine, inevitabilmente, c’è l’intelligenza artificiale: la scuola annovera nel proprio corpo docente una figura specializzata nell’impiego di algoritmi che possono aiutare a classificare i materiali e a simulare diversi scenari d’intervento. Il raggio d’azione della scuola di Botticino è ampio e si articola in tre ambiti: il restauro lapideo – che comprende affreschi, mosaici, superfici architettoniche decorate, marmi e sculture –; il restauro di dipinti, tele antiche, arredi lignei, oggetti di design e opere d’arte contemporanea; il restauro tessile, che si occupa di tappeti antichi, tessuti, arazzi, abiti, pelle e cuoio. Quest’ultimo ambito è una scommessa che, come spiegava Amura in un’intervista pubblicata sulla rivista Lampoon un paio d’anni fa, «in una capitale della moda come Milano meritava di essere fatta. Conservare e restaurare abiti, tessuti e accessori storici significa preservare non solo oggetti di grande valore estetico, ma anche testimonianze tangibili di epoche diverse. Il restauro tessile permette di mantenere intatta l’integrità dei capi, consentendo a studiosi, designer e appassionati di moda di trarre ispirazione diretta dai dettagli e dalle tecniche utilizzate nei pezzi originali». Se il campo d’intervento è così ampio, si comprende come la figura del restauratore e le competenze relazionali richieste vadano ben oltre l’immagine comune della professione. Si approfondiscono la chimica e la fisica, ci si avvicina alle nuove tecnologie e si lavora in squadra, collaborando con ingegneri, architetti, informatici, designer e altri professionisti, per individuare le strategie e le soluzioni migliori. L’ultima considerazione che Amura ci consegna riguarda un cambiamento di paradigma: «Nell’arco di dieci anni è cambiata molto la percezione del mondo del restauro, perché oggi c’è più curiosità e interesse. Si è fatta strada l’idea che un oggetto possa essere valorizzato, raccontato e messo a disposizione di un pubblico sempre più ampio. Faccio l’esempio di quei restauri che potremmo definire “en plein air”, visibili a tutti, mentre le opere interessate restano a disposizione del pubblico: sono occasioni di conoscenza, approfondimento e sensibilizzazione che fanno bene a tutti, ai visitatori come agli operatori del settore».

Un nuovo edificio per il CCR della Venaria Reale.
I lavori sono in corso e in fase avanzata: entro la fine dell’anno l’edificio del CCR Heritage Research sarà ultimato e pronto ad accogliere studiosi, attrezzature e opere da studiare e restaurare. Siamo alle porte di Torino, al Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” (CCR), nel cantiere del nuovo Polo Scientifico per la Ricerca e la Diagnostica applicata al Patrimonio Culturale. Si estenderà su una superficie di 600 metri quadrati distribuiti su due piani e sarà dotato di laboratori di ultima generazione, attrezzati per analisi puntuali, mappature e acquisizioni di immagini delle superfici. Saranno inoltre disponibili strumentazioni mobili e portatili per campagne diagnostiche in situ, dedicate allo studio di beni che non possono essere spostati dai luoghi in cui sono custoditi o da cui non è possibile prelevare campioni. «Il nuovo polo ci consentirà di ampliare gli spazi e, in prospettiva, di dotarci di mezzi per sviluppare ulteriori opportunità nell’ambito della ricerca, della formazione e della conservazione», racconta Michela Cardinali, direttrice dei Laboratori di Restauro e della Scuola di Alta Formazione e Studio (SAF). «Potrà diventare una sorta di incubatore per nuove opportunità, sostenendo tutte le attività di conoscenza che sviluppiamo attraverso i nostri nove laboratori e contribuendo anche alla progettazione di interventi e piani diagnostici funzionali alla conservazione nel lungo periodo. È un tema particolarmente importante per noi, su cui lavoriamo fin dalla nascita del Centro».

Inaugurato nel marzo 2005, il CCR è un punto di riferimento nel panorama culturale nazionale e internazionale. Interpreta il restauro nel senso più moderno del termine: come il risultato di un dialogo interdisciplinare tra ambito scientifico e umanistico. È un centro di lavoro altamente specializzato, ma anche di formazione e ricerca. Oltre ai nove laboratori di restauro, specializzati nel trattamento di materiali diversi, dispone di laboratori scientifici all’avanguardia e di una scuola accreditata per il corso di laurea magistrale in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell’Università di Torino. «I nostri laboratori ci consentono di lavorare in modo specialistico su numerose tipologie di manufatti; in ogni ambito, la varietà dei materiali e l’ampiezza dell’arco cronologico ci portano a confrontarci con opere e contesti molto differenti. Nel tempo abbiamo individuato alcune linee di ricerca strategiche, che ci hanno permesso di maturare competenze specifiche e di sviluppare una nostra identità. Un esempio è la conservazione preventiva nelle residenze storiche musealizzate. È un ambito complesso: gli oggetti sono spesso esposti senza vetrine protettive, in ambienti che conservano una forte dimensione evocativa. Occorre quindi considerare insieme gli oggetti e il contesto in cui sono inseriti. Abbiamo inoltre consolidato esperienze nell’arte orientale, nell’antico Egitto, nella pittura su tavola, nel Rinascimento piemontese e nella conservazione degli arazzi del Cinquecento. Negli ultimi anni ci siamo occupati molto anche dei beni demoetnoantropologici, cioè di manufatti che raccontano civiltà e tradizioni. Questo lavoro ci ha portati a riflettere anche sugli aspetti immateriali della cultura e su questioni etiche e metodologiche non ancora del tutto esplorate. In alcuni casi ci siamo confrontati con reperti o resti umani, ponendoci domande che vanno oltre la scelta tecnica dell’intervento. Occupandoci di mummie dell’antico Egitto e lavorando sulle bende e sui corpi, ci siamo chiesti fino a che punto fosse opportuno intervenire, con quali modalità e per chi stessimo svolgendo quel lavoro».

Alle domande che il restauratore si pone abitualmente – perché intervenire e come farlo – se ne aggiungono altre, spiega Cardinali: «La conservazione non è più soltanto un’attività che permette di mantenere un bene: è anche una disciplina che si interroga sulle proprie finalità, sui valori dell’opera e sul significato delle nostre scelte. Ci chiediamo: che cosa vogliamo restituire alla società?». Se l’immagine più comune del restauratore è ancora quella di una persona, o di poche persone, concentrate davanti a un dipinto con un pennello in mano, la realtà è assai più complessa: «Sono importanti la capacità di risolvere problemi, di mettere in relazione le informazioni e di collaborare con tutte le persone coinvolte nel processo. Alle competenze specialistiche, o verticali, si affiancano quelle trasversali, le cosiddette soft skill: saper ascoltare, collaborare, proporre soluzioni e assumersi responsabilità. Sono qualità utili in ogni professione, ma diventano particolarmente rilevanti quando si lavora su un oggetto unico». Anche il percorso di conoscenza si è fatto più articolato. «Raccogliamo informazioni tecniche e storico-artistiche; osserviamo la materia e le trasformazioni che ha subito nel tempo; cerchiamo inoltre di prevedere che cosa potrebbe accadere se l’opera fosse esposta a determinati rischi. La professione del restauratore si fonda su una riflessione più complessa rispetto al passato, perché più complessa è la società in generale e più ambiziosi sono gli obiettivi a cui siamo chiamati a rispondere». È in questo quadro che si inserisce il principio della prevenzione, a cui si accennava all’inizio. «Quasi tutti i materiali mutano o si deteriorano con il tempo; per questo è importante promuovere attività continuative che riducano il rischio di trasformazioni e perdite e permettano di trasmettere il patrimonio alle generazioni future nelle migliori condizioni possibili. Per noi, poter prevenire una perdita è diventato un principio etico: il Centro ha fatto propri questi valori e cerca di promuovere piani di conservazione di lungo periodo, insieme a iniziative di monitoraggio e manutenzione programmata. Abbiamo lavorato con residenze reali, con il FAI, con musei e con siti archeologici. È diventato un tratto riconoscibile del nostro modo di interpretare la conservazione. Non siamo gli unici a lavorare in questa direzione, ma il CCR vi si è impegnato con continuità fin dai primi anni della propria attività». Un’attività relativamente recente – il Centro ha alle spalle 21 anni di lavoro – ma di riconosciuto spessore, anche sul fronte della formazione. «Riceviamo molte richieste di ammissione al corso di laurea, un ciclo di studi a numero chiuso con 25 studenti all’anno. Le richieste sono in crescita, nonostante in Italia siano ormai attivi molti corsi accreditati. La varietà delle opere su cui si lavora e la presenza di percorsi formativi riconosciuti rendono il CCR particolarmente attrattivo per chi vuole intraprendere questa professione. Ma non sono soltanto i giovani a rivolgersi a noi: riceviamo richieste di collaborazione da enti e professionisti già attivi, che desiderano continuare ad aggiornarsi e a sviluppare le proprie competenze. Per noi è un ulteriore riconoscimento da parte della comunità e delle istituzioni con cui lavoriamo», conclude Cardinali.
3 Novembre 2026