Lorenzo Lotto, una mappa delle sue opere pubbliche

Invito al viaggio: la distribuzione delle opere di Lorenzo Lotto accessibili al pubblico ha contribuito a consolidare due immagini prevalenti dell’artista. In Italia, soprattutto nelle città nelle quali lavorò, emerge il pittore delle pale monumentali, delle confraternite e delle comunità civiche. Nei musei europei e americani si incontra più spesso il ritrattista, l’autore di immagini per la devozione privata, l’inventore di allegorie enigmatiche.

di Rita Selvaggio

Lorenzo Lotto è sempre altrove. Lo è nella geografia inquieta della sua vita, trascorsa fra Venezia, Treviso, Roma, Bergamo e le Marche; lo è ancora oggi, nella disseminazione delle sue opere fra altari, sacrestie, pinacoteche civiche e grandi musei internazionali. Nessuna collezione basta a contenerlo. Per incontrarlo bisogna seguire una mappa discontinua, passare dalla penombra di una chiesa alla luce di una sala museale, attraversare città maggiori e centri appartati. Alla mobilità dell’artista corrisponde una seconda biografia: quella dei dipinti, fatta di permanenze, rimozioni, smembramenti, vendite e approdi lontani.

Ricostruire queste vicende è un compito al quale la storia dell’arte dedica da tempo un lavoro paziente: seguire provenienze, riconoscere frammenti, cercare parti mancanti, restituire alle opere le relazioni perdute. Il viaggio affianca questa conoscenza, traducendola in esperienza. Che cosa aggiungono alla comprensione di un dipinto le dimensioni, la materia, la distanza dall’altare, il rapporto con altre immagini? La geografia di Lotto invita a muoversi anche per questo: ogni luogo rende percepibile qualcosa che altrove rimane meno evidente.

La distribuzione delle opere ha contribuito a consolidare due immagini prevalenti dell’artista. In Italia, soprattutto nelle città nelle quali lavorò, emerge il pittore delle pale monumentali, delle confraternite e delle comunità civiche. Nei musei europei e americani si incontra più spesso il ritrattista, l’autore di immagini per la devozione privata, l’inventore di allegorie enigmatiche. Sono accentuazioni che si intrecciano, non identità separate. Anche un ritratto apparteneva a una rete sociale; anche una pala poteva custodire un’intimità inquieta. Eppure le diverse storie della conservazione hanno orientato il modo in cui Lotto è stato guardato e raccontato.

Nelle Marche la relazione fra le opere e il territorio appare particolarmente intensa. Qui Lotto lavorò in momenti diversi della propria vita e volle infine ritirarsi, divenendo oblato della Santa Casa di Loreto. Ancona, Cingoli, Jesi, Loreto, Mogliano, Monte San Giusto, Recanati e Urbino formano una costellazione che nessun museo potrebbe riprodurre. Percorrerla significa incontrare una rete di committenze, devozioni e appartenenze civiche. È un Lotto distribuito nel territorio prima ancora che disperso dalla storia. Alle successive disseminazioni, Marta Paraventi ha dedicato uno studio specifico in La dispersione delle opere di Lorenzo Lotto dalle Marche, nel volume Lorenzo Lotto. Contesti, significati, conservazione, a cura di Francesca Coltrinari ed Enrico Maria Dal Pozzolo (2019).

Lorenzo Lotto (Venice, 1480 – Loreto, 1556/1557), Altarpiece of Saint Lucy, 1532, oil on canvas, central panel, 243 × 237 cm. Pinacoteca Civica di Palazzo Pianetti, Jesi.

La Crocifissione (1531) di Monte San Giusto conserva nella chiesa di Santa Maria in Telusiano la forza di un’immagine concepita per agire nello spazio del culto. Le figure si addensano ai piedi delle croci mentre il paesaggio si apre alle loro spalle come una distanza impraticabile. Il dolore attraversa corpi, sguardi e gesti. L’estensione del dipinto obbliga l’occhio a spostarsi, a cercare un volto, a ritornare su un gruppo. Il rapporto fra superficie dipinta, altare e posizione dello spettatore restituisce una misura che la fotografia, rendendo tutto simultaneamente disponibile, tende ad attenuare.

Diverso è il destino della Pala di Santa Lucia (1532), oggi nei Musei Civici di Palazzo Pianetti a Jesi. Commissionata dalla confraternita di Santa Lucia per la chiesa di San Floriano, ha lasciato il proprio contesto liturgico, ma non la città che l’aveva voluta. Il museo permette una prossimità diversa: invita a seguire gli episodi, a osservare come i gesti colleghino figure e momenti del racconto. La perdita della funzione originaria convive con una nuova possibilità di attenzione. Visitare Jesi significa conoscere anche questa trasformazione, entro una città che continua a riconoscersi nell’opera.

Bergamo offre un’altra esperienza di continuità e separazione. La Pala di San Bernardino (1521), la Pala di Santo Spirito (1521), il Ciclo di affreschi dell’oratorio Suardi (1524) a Trescore e le Tarsie del coro di Santa Maria Maggiore (1524–1532), realizzate da Giovan Francesco Capoferri su disegni di Lotto, compongono un insieme diffuso. Per comprenderlo occorre cambiare spazio, postura, distanza: alzare gli occhi verso una pala, seguire un racconto lungo una parete, avvicinarsi alla complessità di una tarsia. Il percorso restituisce la varietà delle condizioni nelle quali Lotto rispose alle richieste di mercanti, religiosi e confratelli.

La Pala Martinengo (1513–1516) rivela come anche la permanenza possa contenere una dislocazione. Commissionata per la chiesa domenicana di Santo Stefano, fu trasferita nella chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano dopo la demolizione del complesso originario durante la costruzione delle mura veneziane. La tavola principale è ancora a Bergamo e ancora presso i domenicani, ma non occupa più lo spazio per il quale fu concepita. Le tre scene della predella sono all’Accademia Carrara. La città conserva le parti principali del complesso in luoghi diversi: seguirne le relazioni comporta attraversarla.

Lorenzo Lotto (Venice, 1480 – Loreto, 1556/1557), Altarpiece of San Bernardino, 1521, oil on canvas, 287 × 268 cm. Church of San Bernardino in Pignolo, Bergamo.

Questo percorso rende concreta una questione che la ricostruzione storico-artistica permette di conoscere. Una predella osservata da vicino rivela particolari difficilmente leggibili nella collocazione sull’altare; allo stesso tempo, il suo isolamento rende meno immediata la funzione che svolgeva nell’insieme. La visita alla chiesa e al museo consente di tenere presenti entrambe le condizioni. Si guadagna prossimità, si deve ricostruire una relazione. Anche il tempo trascorso fra i due luoghi diventa parte dell’incontro con l’opera.

Fuori d’Italia, la circolazione antiquaria e il collezionismo internazionale hanno favorito la presenza di ritratti, allegorie e dipinti devozionali di formato contenuto. Questa selezione ha contribuito alla fortuna del Lotto delle identità esitanti, degli oggetti allusivi, delle mani che sembrano rivelare ciò che il volto trattiene. La monografia di Bernard Berenson del 1895 ebbe un ruolo decisivo nella sua riscoperta moderna, riconoscendovi una sensibilità capace di registrare le variazioni dell’anima. Come ha mostrato Simone Facchinetti in Berenson giovane e vecchio, due diverse visioni di Lotto (1895 e 1955), nello stesso volume del 2019, quella lettura conobbe revisioni e ripensamenti.

La storia della ricezione invita dunque a una cautela: l’interiorità di Lotto appartiene alle opere, ma i modi della loro presentazione possono accentuarla. Un volto isolato in una sala, lontano dalle circostanze familiari e professionali nelle quali nacque il ritratto, sollecita domande diverse. La conoscenza restituisce nomi e rapporti; la pittura li rende presenti nella tensione di una mano, nella consistenza di un abito.

Nel Ritratto di Andrea Odoni (1527), nella Royal Collection, il mercante veneziano è circondato dai frammenti della propria raccolta di antichità. Una mano offre una statuetta; l’altra si porta al petto. Ricordato da Marcantonio Michiel nel 1532 nella camera da letto di Odoni, il dipinto partecipava a uno spazio privato e a una conversazione erudita. Entrò nelle raccolte reali inglesi nel 1660, come dono degli Stati d’Olanda e Frisia Occidentale a Carlo II. Il passaggio dalla casa mercantile alla collezione dinastica aggiunge al viaggio una diversa storia del possesso: il collezionista dipinto diventa egli stesso parte di una raccolta.

Al Prado, Messer Marsilio Cassotti e la moglie Faustina (1523) riporta a Madrid una vicenda bergamasca: il matrimonio del figlio di Zanin Cassotti, che commissionò il dipinto. Cupido impone agli sposi un giogo; Marsilio infila l’anello al dito di Faustina. Nel museo della collezione reale spagnola, questi gesti custodiscono la memoria di un patto familiare lontano. Il contesto museale permette di leggere il ritratto anche entro una storia europea delle forme di rappresentazione sociale.

Al Metropolitan Museum di New York, Venere e Cupido (anni Venti del XVI secolo) trasferisce il tema matrimoniale nell’erotismo allegorico. Cupido urina attraverso una corona, in un gesto beneaugurante di fertilità; la fisionomia di Venere potrebbe alludere alla sposa. Esposto nel percorso della pittura europea, il dipinto conserva una destinazione domestica dentro un museo enciclopedico. Il velo, il diadema, l’orecchino di perla riconducono il mito agli ornamenti delle spose veneziane: dettagli nei quali una grande collezione internazionale lascia riaffiorare una vita privata.

Lorenzo Lotto (Venice, 1480 – Loreto, 1556/1557), Venus and Cupid, ca. 1525, oil on canvas, 92.4 x 111.4 cm. The Metropolitan Museum of Art, New York.

Il Ritratto del vescovo Bernardo de’ Rossi (1505) e l’Allegoria della Virtù e del Vizio (1505) rendono evidente la necessità di guardare insieme ciò che oggi si trova lontano. Il ritratto è conservato a Capodimonte; la tavola allegorica che ne costituiva il coperto è alla National Gallery of Art di Washington. Il volto del vescovo e il paesaggio morale appartenevano a un dispositivo nel quale l’immagine simbolica precedeva la comparsa della persona. La separazione ha modificato anche questa successione dello sguardo.

A Napoli il ritratto si offre nella propria intensità; a Washington l’allegoria invita a esplorare un paesaggio diviso fra virtù e vizio. La ricostruzione del rapporto originario impedisce di considerarli soltanto come immagini autosufficienti. Riunite temporaneamente alla National Gallery di Londra nel 2018, le due tavole hanno consentito di confrontarne le corrispondenze. Le mostre offrono questi incontri provvisori, nei quali una relazione studiata sui libri torna percepibile attraverso la presenza simultanea delle opere.

Seguire Lotto significa accettare che nessuna visita sia conclusiva. Una chiesa permette di comprendere la distanza e la destinazione di una pala; un museo rende accessibili dettagli, confronti e parti separate. Ogni incontro aggiunge qualcosa e lascia aperta la necessità del successivo. Fra Bergamo e le Marche, Napoli e Washington, la conoscenza procede attraverso documenti, ricostruzioni e spostamenti. Andare a vedere dà alle relazioni una misura fisica: quella del nostro corpo davanti alla pittura, del tempo che le concediamo, dei luoghi che continuiamo ad attraversare portandone con noi le immagini.

Lorenzo Lotto (Venice, 1480 – Loreto, 1556/1557), Portrait of Andrea Odoni, 1527, oil on canvas, 104 × 116.6 cm. The Royal Collection, Windsor Castle.