Palazzo Butera, nel cuore di Palermo, non è un museo come gli altri. Varcando le soglie di questo palazzo seicentesco, non si ha la sensazione di entrare nell’ennesima collezione privata nata per rappresentanza o per autocelebrazione. Al contrario, ogni sala restituisce la traccia viva di un percorso personale e intellettuale: quello di Massimo e Francesca Valsecchi. La loro visione collezionistica – capace di far dialogare arte antica e contemporanea, rigore filologico e slancio sperimentale, curiosità e passione – ha dato forma a un luogo che è insieme casa e spazio pubblico. Con loro abbiamo ripercorso le origini di questa avventura.

Massimo, partiamo dagli inizi. In un’intervista lei raccontava i suoi antenati banchieri, tra cui Ottavio Costa, collezionista e committente di Caravaggio. Questa storia familiare ha influenzato la sua sensibilità verso l’arte? Si è mai percepito come parte di un “destino” collezionistico?
In realtà la mia vita nell’arte è nata fuori dai legami familiari. I miei inizi sono legati alla Genova dei primi anni Sessanta, alla galleria Bertesca – che ho diretto dal 1971 al 1973 – e alla galleria che ho aperto a Milano nel 1974, così come a personalità come Claudio Costa. La galleria è stata il filtro attraverso cui mi sono avvicinato all’arte contemporanea: era una scusa per collezionare, per lavorare con gli artisti, per dialogare con loro. Ho sempre cercato un’interlocuzione diretta, e figure come Anne e Patrick Poirier, David Tremlett, Tom Phillips, Gilbert & George, Elisabeth Scherffig, Eugenio Ferretti sono state per me fondamentali.
Ricordate la prima opera che avete acquistato insieme?
Sì: dei vasi Daum, Art Nouveau di fine Ottocento. Tornavamo dalla Germania con Claudio Costa e li trovammo in Alsazia. Sono ancora oggi a Palazzo Butera. Era la metà degli anni Settanta, e lì è iniziato il nostro percorso collezionistico. Non abbiamo mai seguito la metodologia classica: il nostro collezionare nasce anzitutto dalla curiosità, dal desiderio di esplorare filoni meno battuti della storia europea, di registrare innovazioni e connessioni. Da quel primo acquisto, e con il trasferimento a Londra, il nostro sguardo sull’arte è cambiato.

In che modo Londra ha trasformato il vostro modo di collezionare?
A Londra abbiamo conosciuto antiquari-ricercatori che ci hanno fornito le basi di una conoscenza specialistica sulla porcellana, sui mobili inglesi ottocenteschi, sulle arti decorative. Figure come Martin Levy, Errol Manners sono stati interlocutori fondamentali. Da lì è nato il gioco combinatorio che caratterizza la nostra collezione: mettere in relazione oggetti molto diversi – un mobile preraffaellita, un acquerello settecentesco di Francis Towne, una maschera africana, una porcellana Meissen. L’obiettivo era costruire una sorta di piccola enciclopedia dello spirito europeo: un’ Europa vista come metafora del mondo, un luogo in cui, in soli tre secoli, scambi culturali e innovazioni scientifiche e tecnologiche hanno trasformato il mondo. La collezione racconta proprio questo dinamismo.
Immagino che Londra sia stata fondamentale anche per “farvi l’occhio”?
Certamente. Londra è stata la mia vera palestra. Negli anni Ottanta il mercato era straordinario: ogni giorno visitavamo gallerie e mercanti, andavamo a tutte le aste e vedevamo migliaia di opere. Io facevo la selezione e poi le proponevo a Francesca e poi decidevamo insieme cosa acquisire. Il nostro occhio si è formato così, con l’esercizio quotidiano.
È questo stesso occhio che l’ha portata a riscoprire Christopher Dresser?
Il punto di partenza è stato il rapporto con il mondo inglese e con figure come Michael Whiteway, mercante-studioso. In Inghilterra esistono personalità rivoluzionarie completamente dimenticate, persino nel loro Paese. Prima della mostra del 2002 in Triennale, Dresser era praticamente sconosciuto – ancora oggi non si sa con certezza dove sia stato sepolto, probabilmente in una fossa comune in Alsazia. Eppure è stato un pioniere straordinario:l’unico architetto inglese a viaggiare in Giappone tra il 1860 e il 1870, quando il Giappone era ancora chiuso agli stranieri. Visita 400 manifatture, pubblica un libro fondamentale sul tema, e al ritorno disegna oggetti – caffettiere, lattiere, mobili, poltrone, sedie – che anticipano il Bauhaus e il design contemporaneo.
Un visionario dimenticato…
Si, e il nostro lavoro è stato quello di inserirlo in una linea che parte dalla fine del Settecento – con George Bullock, Pugin padre – arriva a Godwin e culmina nel modernismo. La nostra collezione vuole contribuire a colmare queste lacune nella storia delle arti decorative.

Nel 2015 lasciate la vostra casa a Londra e trasferite la dimora e la collezione a Palazzo Butera. Come si è compiuto questo passaggio?
La scelta di Palazzo Butera è nata per caso: accompagno un’amica a cercare casa e trovo che la città sia bellissima. A quel punto dico a Massimo di venire a Palermo e a un certo punto scopriamo il palazzo e decidiamo di acquistarlo. Da vent’anni cercavamo di concludere un progetto a Milano, che non è mai andato a buon fine. Volevamo che la collezione trovasse un contesto capace però di accogliere le nostre idee. Non ha funzionato né a Milano né a Cambridge o Oxford, dove abbiamo prestato opere dal 2016 al 2020.
Perché proprio Palermo?
Palermo è una città ai margini dei grandi sistemi finanziari, ancora non appiattita. È una città piena di possibilità.
ll progetto di restauro del palazzo è stato imponente. In che modo la vostra sensibilità di collezionisti ha orientato il recupero del palazzo?
Il restauro nasce da una ricostruzione filologica, seguita però dal tentativo di “dimenticare” la filologia per mettere in scena la collezione come in una casa. La disposizione delle opere è il nostro linguaggio. Gli allestimenti danno luce alle personalità degli artisti, lontano dai modelli dei musei tradizionali. Non ci sono ordinamenti cronologici o tematici, né didascalie.

Qual è oggi il vostro rapporto con critici e storici dell’arte?
Non abbiamo mai avuto dei consulenti veri e propri, ma i rapporti con studiosi come Giuliano Briganti e Federico Zeri sono stati molto importanti. Più che farci guidare, abbiamo cercato noi di spingerli verso i temi che ci interessavano.
Oggi molti grandi progetti culturali nascono dall’iniziativa privata. Che cosa rivela questo fenomeno, secondo voi?
La storia dell’arte è sempre stata nutrita dai collezionisti: i grandi musei derivano da grandi collezioni private. Forse oggi manca la capacità di riconoscere i collezionisti del nostro tempo e di instaurare un dialogo con loro.
C’è un’opera a Palazzo Butera che consigliereste ai visitatori di non perdere?
Tutte. Senza distinzioni.
27 Maggio 2026