Venezia, 5 marzo 2026. Palazzo Ducale apre le porte di “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”, prima mostra archeologica ospitata nelle sale dell’Appartamento del Doge. Alla cerimonia inaugurale sono presenti il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, il Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, l’Assessore regionale alla Cultura Valeria Mantovan e la Presidente della Fondazione Musei Civici di Venezia Mariacristina Gribaudi. Oltre settecento reperti, molti inediti, alcuni provenienti da scavi recenti, ricostruiscono il ruolo dell’acqua come spazio sacro nelle due grandi civiltà preromane dell’Italia del I millennio a.C. Tra i partner dell’iniziativa c’è la Fondazione Luigi Rovati, a fianco della Fondazione Musei Civici di Venezia.
È un segno dei tempi. Già, perché quello della Fondazione Luigi Rovati è un caso straordinario. Non già per le risorse finanziarie e intellettuali che i coniugi Lucio Rovati e Giovanna Forlanelli hanno scelto di destinare a un progetto di natura puramente filantropica, ma per la mentalità che li distingue. Per esempio, come ha ricordato a Maastricht durante un talk dedicato da Tefaf alla Fondazione, alla presenza del presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera Federico Mollicone e dell’Ambasciatore Italiano in Olanda Augusto Massari, il museo è pensato per essere un’entità dinamica, pur essendo dedicato alla civiltà etrusca.

“Le persone devono avere motivo di tornare al museo” dice Rovati “ed è importante essere in grado di costruire relazioni con altre istituzioni”, perché non basta conservare e mostrare; bisogna anche essere in grado di connettere, per portare una certa cultura nel presente e far in modo che questa si diffonda. Non una monade statica, dunque, ma un’entità porosa e relazionale, magari anche grazie al sostegno della scienza. Forte dell’attività della famiglia Rovati nel campo farmaceutico, la Fondazione promuove studi per dare evidenza scientifica ai benefici che la visita a un museo può produrre. Un po’ come lo sport, che pure Lucio Rovati pratica e vive con passione. Così il discorso esce finalmente dalla pericolosa questione turistica per tornare al suo valore più autentico e alto, ossia quello formativo. I beni culturali non dovrebbero servire ad avere più ristoranti, ma ristoratori migliori, e clienti consapevoli.
Proviamo dunque ad approfondire il discorso con l’altra metà della Fondazione, Giovanna Forlanelli.
Dal settembre 2022 a oggi la Fondazione Luigi Rovati ha prodotto ventisei mostre, con una sorprendente coerenza programmatica. Chi ben comincia…
Giovanna Forlanelli: La coerenza è tutto. Prima di creare la Fondazione ci siamo guardati attorno e abbiamo cercato di capire chi fossimo e cosa ci interesse dire. Io, come sa, ho fondato la casa editrice Johan & Levi e il mio interesse da sempre rivolto all’arte moderna e contemporanea. Mio marito, Lucio Rovati, ha invece una grande passione per l’archeologia, in particolare per l’arte etrusca. La coerenza nasce forse proprio da qui, ossia dall’aver cercato di armonizzare due identità.
Collezionare arte etrusca è però diverso dal collezionare arte contemporanea.
Completamente diverso. Con l’arte contemporanea si può avere un atteggiamento più libero: si sostengono artisti giovani, si sperimenta, si costruisce uno sguardo nel tempo. Nel campo dell’arte antica, invece, l’improvvisazione è molto più difficile. Senza competenze solide e senza il supporto di specialisti, orientarsi diventa complesso.
L’archeologia richiede un’attenzione ancora maggiore, soprattutto per la necessità di documentazione sulla provenienza dei reperti. Per chi colleziona è essenziale avere la certezza che ogni reperto possa essere acquistato e poi esposto senza difficoltà, cosa particolarmente importante quando l’acquisto viene fatto all’estero , come nel caso di parte della nostra collezione.
Per questo ci si affida a pochi galleristi di riferimento, professionisti con grande esperienza e riconosciuta affidabilità scientifica. Ricostruire la provenienza e le vicende collezionistiche del reperto non è sempre semplice: nel Novecento molte collezioni o reperti singoli sono stati alienati dai proprietari, talvolta per necessità economiche o mancanza di interesse degli eredi, e sono confluiti nel mercato antiquario. A questo si aggiungono le dispersioni dovute alle guerre, i ritrovamenti e i premi di rinvenimento non dichiarati, i grandi eventi come l’alluvione di Firenze, che ha comportato la perdita di numerosa documentazione.

Quindi non tutto il mercato viene dai tombaroli.
Giovanna Forlanelli: Esiste purtroppo anche un mercato clandestino dei beni archeologici, contrastato dal Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri. Ma non è quello che ci riguarda.
In Italia e all’estero esiste un mercato legale, in cui i reperti sono accompagnati da adeguata documentazione di provenienza.
Abbiamo sempre privilegiato gallerie e operatori a cui si rivolgono anche i grandi musei, italiani o internazionali, e che partecipano a fiere dove i processi di verifica sono particolarmente rigorosi. Manifestazioni come Frieze Masters o TEFAF Maastricht prevedono procedure di vetting estremamente severe: comitati di esperti indipendenti, spesso direttori o curatori museali, esaminano ogni oggetto prima del’’esposizione.
Negli anni Ottanta e Novanta le grandi case d’asta internazionali, come Christie’s e Sotheby’s, proponevano frequenti aste di antichità. Oggi sono molto diminuite, anche perché sono sempre meno gli oggetti con un pedigree rilevante. In Italia è possibile talvolta individuare collezioni private notificate ( cioè considerate di interesse nazionale e quindi non esportabili), che possono essere cedute tra privati, qualora lo Stato non eserciti il diritto di prelazione. Le collezioni Cambi e Cremonini rientrano in questa tipologia.
Come è nata la decisione di costruire un museo a Milano?
Giovanna Forlanelli: La storia comincia nel 2016, quando abbiamo acquisito la collezione Cottier Angeli, già in parte studiata e pubblicata da Giovanni Camporeale. Era la raccolta di una coppia di collezionisti di Ginevra che, in quarant’anni, aveva riunito circa settecento pezzi tra impasti e buccheri: una massa critica sufficiente per immaginare a un museo. Ma non bastava ancora. Così, parallelamente, abbiamo acquisito le due collezioni citate prima , collezioni formate nel tempo, e rimesse sul mercato dagli eredi. Nel mondo del collezionismo è un pattern che si ripete.
In effetti, al contrario di quanto diceva Bruce Chatwin, per i collezionisti le opportunità non vengono solo da guerre e grandi crisi. Però inizialmente avevate pensato a Monza.
Giovanna Forlanelli: Sì, era l’idea iniziale. Poi ci abbiamo riflettuto, osservato il contesto e scelto Milano. Tra il 2016 e il 2022 abbiamo sviluppato il progetto della Fondazione, ristrutturato il palazzo e commissionato le opere di arte contemporanea per il piano nobile. Il museo ha aperto il 7 settembre 2022. Oggi la fondazione è iscritta al Registro del Terzo Settore, il museo è riconosciuto dalla Regione Lombardia e accreditato al Sistema Museale Nazionale.
Ad oggi possedete circa cinquemila reperti. Come si gestisce una raccolta di questa dimensione?
Giovanna Forlanelli: Con rigore e scelte chiare. È necessario dare una forma alla collezione, e questa forma deve rispondere a una vocazione precisa. Quando si presenta qualcosa di davvero eccezionale, o quando esiste la possibilità di riportare in Italia un reperto di alto valore culturale, procediamo all’acquisizione. Parallelamente collaboriamo con musei pubblici italiani e internazionali costruendo progetti espositivi autonomi o in partnership.
Il caso del cippo rappresenta bene di questo meccanismo, non così? Ce ne vuole parlare?
Giovanna Forlanelli: Il caso del cippo è emblematico. È un raro cippo in marmo del I secolo a.C. già pubblicato nel Settecento nel volume sull’arte etrusca di Thomas Dempster. Si trovava nella casa di campagna di una famiglia toscana, che lo aveva rinvenuto nei propri terreni nell’Ottocento. Il nostro conservatore Giulio Paolucci è riuscito a individuarlo e lo abbiamo acquistato dagli eredi. Una scultura nota da tre secoli, ma mai esposta al pubblico: ora sarà tra le opere presentate nella grande mostra sugli Etruschi al Fine Arts Museum di San Francisco.

La sua tesi è che il mercato dell’arte etrusca sia impraticabile in Italia, a differenza di quanto avviene altrove.
Giovanna Forlanelli: Il problema è strutturale. In Italia non esistono gallerie specializzate in archeologia, perché il patrimonio archeologico, ciò che si trova nel sottosuolo, è di proprietà dello Stato. La normativa è molto severa: il Codice dei beni culturali richiede che chi possiede un oggetto archeologico ne dimostri la provenienza legittima anteriore al 1939. Di conseguenza, chi possiede oggetti ereditati privi di adeguata documentazione tende a non dichiararli. Alcune case d’asta italiane propongono talvolta collezioni storiche o reperti singoli, ma senza continuità.
C’è margine per un cambiamento?
Giovanna Forlanelli: Nel mercato dell’arte in generale, la riduzione dell’IVA al cinque per cento rappresenta un segnale importante [Ndr: ne abbiamo parlato qui, link]. In questo momento abbiamo l’aliquota più bassa d’Europa. Nella geografia globale dei mercati, Londra ha perso molto dopo la Brexit, mentre Parigi è in crescita. La guerra del Golfo sta mettendo a rischio i nuovi mercati in quell’area. L’Italia, e Milano in particolare, potrebbero cogliere questa nuova fase. Tuttavia l’archeologia resta in gran parte estranea a queste dinamiche.
Il rapporto tra la Fondazione e le istituzioni pubbliche — come lo descriverebbe?
Giovanna Forlanelli: È un rapporto costruito con pazienza, ma oggi solido. Abbiamo collaborato con il MART di Rovereto e ora con Palazzo Ducale a Venezia. Costruire un museo privato con una reale funzione pubblica facilita il dialogo con le istituzioni pubbliche. Il nodo, semmai, è geografico: Roma è lontana da Milano. Il rapporto umano resta decisivo, e le relazioni personali con chi opera nelle istituzioni fanno la differenza.
Negli ultimi anni si registra un riconoscimento crescente del ruolo delle istituzioni private. Pochi giorni fa è stata approvata in via definitiva la proposta di legge Italia in Scena, che promuove la sussidiarietà orizzontale, cioè il contributo dei privati alla gestione e valorizzazione del patrimonio culturale.
La Fondazione ha una posizione precisa sull’oggetto archeologico. Non lo vede come un reperto da classificare, ma come opera d’arte da vedere. Una scelta culturale, prima ancora che estetica.
Giovanna Forlanelli: Esattamente. L’archeologo lo considera innanzi tutto una testimonianza materiale del passato e il contesto di scavo è fondamentale. Noi non ignoriamo questo valore, ma guardiamo anche all’oggetto in sé.
Un vaso etrusco, un bronzetto, un cippo sono opere d’arte a tutti gli effetti: possiedono una qualità formale, un messaggio, una capacità di emozionare.

E da questo nasce l’impostazione warburghiana del museo, notata da più osservatori.
Giovanna Forlanelli: Sì. Aby Warburg ha mostrato come immagini e simboli attraversino i secoli. In archeologia siamo alle origini della storia dell’arte e molti segni sono universali: la spirale compare in Mesopotamia, nell’arte azteca, in quella giapponese e in quella cinese; la figura femminile, la Mater, le figure antropomorfe sono trasversali a ogni cultura. Questo rende l’oggetto archeologico universale e, per questo, contemporaneo
Venezia, adesso. Possiamo dire che è il progetto più ambizioso della Fondazione fino a oggi?
Giovanna Forlanelli: In realtà il progetto più ambizioso resta probabilmente quello sulla città di Vulci , dal punto di vista storico-artistico il più rilevante, con reperti eccezionali. Venezia rappresenta però un passaggio importante: in questi quattro anni abbiamo lavorato molto per costruire credibilità nella comunità scientifica, e la collaborazione con Palazzo Ducale lo conferma.
L’idea iniziale è stata del sindaco Brugnaro .Venezia vive sull’acqua, e tutto ciò che nella civiltà etrusca riguarda l’acqua, riti, culti, porti fluviali, è coerente con questa identità. Anche le città etrusche interne erano porti fluviali, perché il fiume era la principale via di comunicazione. Con Giulio Paolucci abbiamo definito l’impianto scientifico della mostra.

E poi c’è la mostra di Salvatore Settis, «La storia di un gesto».
Giovanna Forlanelli: Una mostra importante, pur nella sua dimensione raccolta. Riscostruisce la storia di un gesto: la figura femminile con le braccia proiettate all’indietro, gesto della disperazione. Compare nell’arte romana, in un piccolo vaso d’argento , proveniente dal Museo Archeologico di Napoli; lo ritroviamo nella scena della morte di Meleagro riprodotta sul sarcofago romano della collezione Torno di Milano. Il gesto scompare per alcuni secoli e riemerge in Giotto, con ogni probabilità dopo la visione di questo sarcofago. Da lì attraversa i secoli fino ad arrivare a Picasso e a Guernica . In mostra presentiamo anche tre tavole di Aby Warburg dedicate al gesto della disperazione.
Un ultimo tema: il Padiglione Italia alla Biennale e Chiara Camoni.
Giovanna Forlanelli: È una storia che mi rende felice. Conosco Chiara Camoni da molti anni e ho acquistato uno dei primi lavori della sua produzione. Avevamo già esposto alcune sue opere nella mostra dedicata ai gioielli Castellani e, poco prima della sua nomina al Padiglione Italia, nel riallestimento della collezione permanente abbiamo esposto la sua Annunciazione tra i bronzetti votivi etruschi. Ancora una volta, l’antico e il contemporaneo si incontrano nella scelta di una grande artista: non potrei esserne più orgogliosa.
20 Marzo 2026