Può sembrare un paradosso, ma il mestiere dell’antiquario è solo in apparenza quello di vendere (e comprare) opere d’arte. Il vero valore che egli commercia è infatti il tempo, nelle sue varie dimensioni. Provo a spiegarmi. Qualsiasi manufatto di natura artistica è anche la manifestazione del tempo impiegato per pensarlo e crearlo, di quello che è servito per generare le risorse economiche necessarie ad acquisirne il possesso, di quello attraversato dall’oggetto per arrivare fino al presente, e di quello speso da tutti quelli che si sono adoperati perché questo potesse accadere, antiquari in primis. Nel momento in cui lo si esprime come funzione dell’ammontare delle ore spese, il valore diventa chiaro per chiunque. Allo stesso modo, diventa evidente per quale motivo il tempo di vita di una galleria antiquaria è un elemento così prezioso. La galleria può infatti essere intesa come una sorta di incubatore temporale dentro il quale a un certo punto l’oggetto entra, per poi uscirne “potenziato”, con più probabilità di sopravvivere nel futuro.
Se l’obiettivo è dunque quello di offrire all’opera la maggior dote addizionale di tempo possibile, allora è fondamentale per una galleria poter attraversare le generazioni nelle condizioni migliori, e gestire questi delicati passaggi con un cura che è di natura culturale e umana, prima che economica. Il mestiere dell’antiquario necessita di competenze che difficilmente si possono studiare sui libri e tanto meno improvvisare. Dentro alla gallerie si cresce, letteralmente. Si tratta di un ambiente professionale talmente complesso e sofisticato che si può sperare di sopravvivere solo conoscendolo approfonditamente, per esperienza diretta, in ogni sua piega. Così si spiega perché in tutta Europa le gallerie nate nei primi due terzi del Novecento sono quasi sempre giunte fino ai giorni nostri grazie ai figli dei fondatori, e poi ai figli dei loro figli. In quest’area l’Italia è un campione ideale.

Elisa De Palma, figlia di Alessandra Di Castro, si è laureata in storia dell’arte, ma fino a un paio di anni fa ha vissuto all’estero, occupandosi di marketing e comunicazione. New York, Washington e poi Parigi. Rientrare in Italia per lavorare nell’attività di famiglia è stata una scelta attentamente meditata, consapevole, e maturata con la pandemia – un vero turning point generazionale, come vedremo in seguito. Oggi Elisa ha 31 anni. “La cosa più difficile del trovarsi a rappresentare la quinta generazione di una galleria è proprio l’esser figlia di... In questo mestiere la credibilità si conquistata sul campo”. Continua Elisa: “Il lavoro sta cambiando, soprattutto sul piano della comunicazione. Oggi le informazioni sono di più e più accessibili, ma poi non si può prescindere dall’esperienza fisica dell’oggetto. L’emozione della scoperta resta qualcosa di indescrivibile, e insostituibile.”
Elisa tocca due punti importanti. Il primo è che In questo settore il passaggio generazionale è soprattutto un trasferimento di competenze che necessitano dedizione e costanza per essere maturate. Questo è inimmaginabile che accada se non si è spinti da una profonda passione per la conoscenza. Elisa si è rimessa a studiare. Frequenta i corsi del master Art Market and Museums dell’Università Roma Tre (diretto da Cristina Terzaghi). Il secondo punto toccato da Elisa riguarda il rapporto con il presente, possibile solo grazie alla prospettiva di chi è anagraficamente più giovane. In effetti, l’unica cosa che ha senso rimanga antica in una galleria sono le opere.
Denise Di Castro, cugina di Elisa, laurea in storia dell’arte e poi Master al Courtauld Institute, è invece sempre rimasta nel settore culturale, seguendo progetti artistici in Italia e all’estero e affiancando il padre, Alberto Di Castro, nelle grandi fiere internazionali. “La pubblicazione The Castellani Jewelry Workshop ha segnato l’inizio del primo importante percorso di ricerca che ho condiviso con mio padre. Parallelamente, ho sempre seguito la comunicazione della galleria, dal sito web ai social”. Denise ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e in Inghilterra, per poi stabilirsi in Italia, anche lei a seguito della pandemia. “Affiancando mio padre ho imparato i fondamenti del mestiere, in un clima di grande apertura verso le nuove idee. Ci ascoltiamo a vicenda”. Poi Denise mette in luce un aspetto chiave: “nel nostro caso ogni generazione ha portato il suo punto di vista, in una logica di costante arricchimento. Poi, all’interno della galleria tutto deve essere in equilibrio, anche quando si tratta di esporre opere contemporanee”. Perché i passaggi generazionali funzionino ci vogliono armonia e unità, in modo che il campo d’azione si possa liberamente espandere e lo stile della galleria definire nel tempo.

“Sono grata per l’eccesso di libertà che ho ricevuto” dice con pizzico di sarcasmo Giulia Gomiero, figlia di Diego Gomiero, iconico mercante patavino. E insieme a questa libertà riconosce anche l’importanza di aver potuto sperimentare in ogni direzione. “Tra le cose che mio padre mi ha trasmesso ce n’è una che ritengo, nel mio caso, fondamentale. L’arte va cercata oltre i limiti cronologici e in un equilibrio sinergico tra l’istinto per il collezionismo e lo spirito del mercato”. Il sodalizio tra Diego e Giulia parte da lontano. Nel tempo Giulia ha avuto modo di definire la propria identità affrontando le emozionanti e delicate sfide di questo settore, da figlia d’arte, ma anche donna del mondo dell’antiquariato contemporaneo.
In effetti, la presenza delle donne nel settore del mercato antiquario è una questione relativamente recente [ne abbiamo parlato qui, link]. Ma è pur vero che negli ultimi due decenni sono state proprio le donne ad aver permesso la continuità di molte gallerie. Da questo punto di vista una altro caso interessante è quello di Maria Novella Romano, che insieme al fratello Mattia Romano rappresenta la quarta generazione dell’attività fondata dal bisnonno Salvatore, poi passata al nonno Francesco e da lui a Simone, padre dei fratelli Romano. “Forse è questione di DNA” ipotizza Maria Novella. “Ho provato altri lavori, ma non c’è stato nulla da fare. A un certo punto è scattato qualcosa. La passione che mio padre ci ha trasmesso ha finito per prevalere”. I momenti preferiti erano quelli in cui si andava dai restauratori: “Imparavo tantissimo. Soprattutto dai restauratori di mobili. Ricordo la saggezza artigiana… ”. Come si diceva poc’anzi, si resta nel solco della tradizione, ma poi bisogna poter evolvere, e per farlo serve stare nel presente, anche a costo di sacrificare qualcosa. Ricorda Maria Novella: “passava in asta un cassettone del 600 a una cifra irrisoria. Mio padre dice che eticamente non può lasciar passare un mobile così bello, anche se quel tipo di cassettone non si vende più. Lo compra, non seguendo il mio consiglio. Qualche tempo dopo riusciamo a vendere il cassettone con profitto. Per me è stata una grande lezione”.
Al di là di offrire l’ennesima prova di quanto, oltre a saper riconoscere la qualità degli oggetti poi bisogna anche capire quando il prezzo offre effettivamente un’opportunità, l’aneddoto dice anche come il successo di un passaggio generazionale dipenda dalla capacità delle parti di legittimare i rispettivi punti di visita, anche perché in questo mestiere è proprio andando contro corrente che a volte si ottengono i risultati migliori. Il caso che segue è pure emblematico a riguardo.

“Nostro figlio è sempre stato con noi, senza alcuna forzatura; anzi, con grandissima passione” dice Anna Maria Altomani. Anche il padre di Anna Maria, Amos Altomani, faceva l’antiquario. Il figlio, Andrea Ciaroni, si è laureato in Storia dell’Arte e oggi garantisce la continuità generazionale della galleria poi fondata da Anna Maria con il marito Giancarlo Ciaroni, ossia Altomani&Sons. Il nome è già un programma. Andrea è figlio unico, ama la scultura, ed è sempre stato attento a tutto quanto la scienza può fornire in termini di strumentazioni riguardo all’analisi delle opere d’arte. “Mi hanno lasciato libero di andare dalla parte opposta – dice Andrea. In realtà da ragazzo ero appassionato di informatica. Forse quello è stato il segreto. Così la scelta è stata convinta. Così, invece di iscrivermi a ingegneria informatica ho optato per una laurea in Lettere con indirizzo storico artistico. Del resto, fin da bambino aiutavo mamma e papà e mamma con le opere. Ho sempre avuto un Sassoferrato in camera. Oggi quei quadri sono tutti nei musei [come il trittico ora al museo di Urbino, Ndr.]. Oggi Andrea, classe 1952, ha due figli maschi…
La galleria Bacarelli è stata fondata nel 1923 dal nonno Rizieri, nell’anno di nascita di Benvenuto, padre di Riccardo Bacarelli, che comincia a occuparsi dell’attività di famiglia negli anni Novanta, dopo aver trascorso un periodo negli Stati Uniti. Da qualche tempo lo accompagna il figlio, Lapo Bacarelli. “Sono entrato in galleria durante il COVID – dice. Ho studiato storia dell’arte. Avrei continuato, e mi sarebbe piaciuto fare esperienza in una casa d’aste internazionale. Ma la pandemia ha scompaginato i miei piani, e in quel momento m’è sembrato più opportuno affiancare mio padre. Con lui si lavora bene, le nostre prospettive si completano. Ho ereditato il suo gusto per le sculture, e per la bella pittura”. L’esperienza che non è stato possibile costruire un tempo si è poi ripresentata per Lapo in tempi recenti, nella forma di una collaborazione con Koller, casa d’aste di Zurigo. Quando un passaggio generazionale funziona la galleria non offre solo un punto di arrivo, ma la possibilità di nuove partenze.

Come nel caso di Di Castro, e Bacarelli, la pandemia ha rappresentato un punto di svolta anche per la dinastia dei Frascione. Ma in questo caso è stato per necessità, piuttosto che per passione, che i cinque passaggi generazionali sono accaduti. Il fondatore Enrico Frascione era attivo tra Londra e Napoli già alla fine dell’Ottocento, e si scambiava lettere con i romano di Firenze. Il figlio a un certo punto lo affianca, perché Enrico è spesso in viaggio. Alla fine degli anni Quaranta la galleria viene spostata a Firenze. Vittorio è tra i primi ad andare regolarmente negli Stati Uniti e a Londra a comprare, per poi rivendere sull’effervescente mercato Italiano del dopoguerra. Enrico si trova ad aiutare il padre Vittorio in seguito a un brutto incidente stradale che lo vede coinvolto. Oggi non sono i figli di Enrico, ma i suoi nipoti a proseguire l’attività. Edoardo Baracco racconta come è stata la pandemia a suggerirgli di andare a dare una mano al nonno, insieme al cugino, Federico Vanni (che poi si è trasferito a Miami). “La differenza di età nel nostro caso è significativa, quindi posso dire di aver da subito avuto molta libertà d’azione”. L’interesse per il contemporaneo, sviluppato soprattutto da Federico, è una naturale conseguenza del cambio di prospettiva e si innesta sulla collezione raccolta dal bisnonno Vittorio, che ha potuto operare nei tempi più favorevoli.

Così sono andate le cose anche per Tomaso Piva, antiquario di terza generazione, come molti altri antiquari che sono membri dell’Associazione Antiquati d’Italia. Prima di lui il nonno Giuseppe, padovano, e papà Domenico Piva, con gallerie a Venezia e Milano, dove anche oggi ha sede la galleria di Tomaso. All’inizio la strada era un’altra. Dopo le superiori Tomaso studia legge. Non pensa di occuparsi dell’attività, anche se il mondo dell’arte gli piace. “Si deve seguire il proprio istinto – dice. Papà ha iniziato con il nonno, ma poi si sono separati; non andavano d’accordo. Così papà non mi ha forzato. Anzi, quando ho voluto trascorrere un periodo all’estero è stato pronto a darmi una mano. Grazie a lui sono stato tre anni a Parigi, e ho potuto coltivare i miei rapporti. In un settore come il nostro, dove le relazioni umane contano, è importante che ognuno abbia modo di coltivare le proprie. Anche perché poi i tempi cambiano, e ognuno deve saper fare il suo”.
Dal 1992 Valerio Turchi da continuità al lavoro che è stato prima del nonno e poi del padre. Entrambi i figli di Valerio, vale a dire Alessandro Turchi e Domizia Turchi, da un anno lo affiancano. Il battesimo del fuoco è stata l’edizione 2025 di Brafa, a Bruxelles, dove per la prima volta i tre hanno lavorato fianco a fianco. “Siamo specializzati in archeologia, che nel mondo dell’antiquariato fa storia a sé. Provenienze e interlocutori sono sempre elementi critici, e il quadro normativo di riferimento è senz’altro complesso. Poi ci vuole passione. Se questa manca pian piano ci si spegne.” Valerio da ragazzo era appassionato di storia romana. “Per me è stato semplice – dice. Ero bravo a riconoscere gli oggetti antichi. Studiarli mi dava piacere. In Italia siamo rimasta l’unica galleria specializzata in archeologia”. Perché un giovane dovrebbe entrare in galleria? “Mia figlia ha studiato giornalismo, e ha lavorato in questo settore per un certo periodo. Poi però è tornata. Dopotutto è ancora un lavoro dove si può guadagnare bene”.
Conclusione
Le storie che abbiamo raccontato dimostrano come, in chiave evolutiva, il successo di una galleria si misura anche nelle capacità della galleria stessa di creare le condizioni umane, oltre che economiche, perché questa possa attraversare il tempo, esattamente come le opere che custodisce, in un rapporto tra contenuto e contenitore dove i due elementi sono, dopotutto, interscambiabili. Quando questo accade va da sé che il magazzino resta un valore che il dato economico è in grado solo in parte di rappresentare. Per gli eredi degli antiquari questo valore è senz’altro altissimo, a prescindere da qualsivoglia rivoluzione tecnologica: il collezionismo è antropologicamente insito nell’essere umano, così come sono intrinseche le sue necessità di rappresentarsi. D’altra parte, si può anche osservare come l’epoca che stiamo vivendo non favorisca l’apertura di nuove gallerie. Magazzino, archivio, relazioni, ogni anno che passa chi può aggiunge un tassello a quello che già esiste; così partire da zero è diventato sempre più difficile. Per questo chi volesse iniziare potrebbe prima di tutto guardare alle tante gallerie che ancora attendono di individuare il loro continuatore. Ma questa è un’altra storia. Colnaghi docet.
23 Gennaio 2026